«La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni»
Giovanni Falcone
Sono passati 21 anni da uno dei tanti fatti di sangue che hanno caratterizzato la storia della Repubblica.
E’ triste notare come tra le nuove generazioni c’è chi ignora la figura di Giovanni Falcone, morto esattamente 21 anni fa, e di Paolo Borsellino, suo grande amico e collega, che lo raggiungerà due mesi dopo.
Falcone morì nella cosiddetta strage di Capaci, che prese il nome dalla località a pochi chilometri da Palermo, nei cui pressi avvenne la deflagrazione che uccise il magistrato, sua moglie Francesca Morvillo (anche lei magistrato) e tre agenti della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
La figura di Giovanni Falcone è particolarmente importante, perché fu il primo magistrato che entrò in fondo ai meccanismi della mafia, nei minimi particolari, scoprendone le regole interne, la struttura, le gerarchie, i profili personali dei boss, il rapporto con la popolazione locale, le forme di finanziamento, il rapporto con la politica, gli investimenti dei proventi delle attività illecite. Sulla base di queste informazioni, ottenute principalmente interrogando i “pentiti” di mafia, elaborò delle proposte legislative in grado di colpire al cuore le varie mafie. Propose l’adozione del cosiddetto “metodo Caselli“, dal nome del noto magistrato Giancarlo Caselli, da questi inaugurato per sgominare le organizzazioni terroristiche Brigate Rosse e Prima Linea.
Falcone, in collaborazione col Ministero di Grazia e Giustizia, propose e ottenne l’approvazione di una serie di leggi e provvedimenti, riguardanti i collaboratori di giustizia (i cd. “pentiti”), sulla confisca dei patrimoni dei mafiosi, l’introduzione del “carcere duro” (il famoso 41 bis) per i mafiosi che si rifiutassero di collaborare, il principio di rotazione delle sezioni della Corte di Cassazione (in modo che la mafia non potesse prevedere in anticipo i nomi dei giudici che avrebbero trattato i processi in terzo grado), l’introduzione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, voluto per distruggere i ponti tra la mafia e il mondo della politica, delle istituzioni, della finanza e dell’imprenditoria.
Grazie a queste norme e al metodo Caselli, il magistrato palermitano iniziò a sferrare dei colpi durissimi all’organizzazione mafiosa Cosa Nostra. La mafia per la prima volta nella storia iniziò ad avere paura dello Stato. Il famoso maxiprocesso di Palermo, istruito sulla base di un lavoro magistrale di ricostruzione capillare del fenomeno mafioso e dei fatti addebitati agli imputati, realizzato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, portò alla condanna di 360 mafiosi su un totale di 475 imputati. Era un fatto nuovo. La mafia non aveva mai accusato un colpo così duro.
Oggi si ascoltano parole di elogio per questi magistrati, ora che non ci sono più. Ma quando erano in vita venivano ostacolati, delegittimati, lasciati soli, da politici, colleghi, esponenti della Chiesa cattolica e giornalisti avversi. Compresi quelli che oggi spendono tante parole di affetto e stima contro questi eroi.
Fu accusato di fare un uso politico della giustizia. Le stesse parole che sentiamo pronunciare oggi da parte di altri personaggi nei confronti di altri magistrati. L’ex Presidente della Regione Sicilia e senatore Totò Cuffaro, ad esempio, accusò Falcone (ancora vivo) di essere corrotto e di gettare fango su persone per bene.
Fu anche accusato di vanità e di smania di protagonismo e autocelebrazione. A proposito del libro Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone, Eugenio Scalfari (direttore di Repubblica) parlò di «eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi».
Per il suo metodo di lavoro fu anche costretto a difendersi innanzi al Consiglio Superiore della Magistratura, davanti al quale si sfogò dicendo: «Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo… Non si può investire della cultura del ‘sospetto tutto e tutti’. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo».
La storia, a distanza di vent’anni, ha dimostrato tutto il valore e la qualità dell’operato di questi magistrati e ha dimostrato altresì la pochezza dei loro detrattori.
Falcone e Borsellino non ci sono più, i loro detrattori continuano a scrivere, a fare carriera, omaggiando la memoria di questi eroi, apprezzati più da morti che da vivi. Quando Falcone e Borsellino avevano bisogno di sostegno sono stati lasciati soli.
La classe politica degli ultimi 20 anni, sempre pronta a partecipare alle commemorazioni ufficiali, da anni mette in discussione tutti gli strumenti utilizzati dal pool palermitano, anziché continuare sulla strada intrapresa da questi magistrati e che tanti risultati stava portando.
E’ una classe politica che non riesce e tenere fuori dai propri partiti uomini legati alla mafia, nemmeno dopo una sentenza di condanna. E le proposte legislative, spesso divenute legge, non fanno altro che spuntare le armi degli inquirenti. Da ultimo la proposta di legge per depenalizzare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, reato la cui introduzione è stata voluta proprio da Giovanni Falcone.
Forse non il modo migliore per onorare la memoria di quest’uomo retto, integerrimo, che semplicemente faceva bene il suo lavoro.
Marcello Greco




