La figura di Enrico Berlinguer a 29 anni dalla sua morte. Ancora attuale la riflessione sulla “questione morale”.

Enrico Berlinguer

«La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico».

Queste parole sembrano pronunciate oggi da qualche dissidente di partito, uno di quelli destinati a non far carriera nel partito e sparire in poco tempo.
Quella frase invece fu pronunciata ben 32 anni fa dal segretario dell’allora Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, intervistato dal quotidiano Repubblica il 28 luglio 1981.

Berlinguer era un politico abile, integro, capace di leggere le situazioni da diverse angolature e proporre soluzioni audaci. Negli anni ’70, in piena guerra fredda, prese le distanze dal modello sovietico a favore di un movimento comunista e socialista europeo più liberale, che facesse dei principi democratici, della libertà di religione e di cultura degli elementi imprescindibili. Erano le basi per una sinistra socialdemocratica, che trovò accoglienza nei partiti comunisti d’Europa, pur trovando, come prevedibile, l’ostilità di Mosca.

Era un uomo di sinistra, capace di conciliare le idee comuniste con i principi democratici, senza nascondere le proprie radici e la propria identità. Virtù questa che non è stata ereditata dai rappresentati del Partito Democratico, troppo attenti a compiacere i “moderati” e a non sembrare molto di sinistra.

Ma ciò che rende più attuale la figura di Berlinguer oggi è la “questione morale” nella politica, espressione da lui coniata nella famosa intervista al quotidiano Repubblica.
Il riferimento era ad una vicinanza pericolosa tra affari e politica, che avrebbe minato la «fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.» Molto accuratamente parla di questione “morale”, non di questione giuridica. Infatti la politica, i partiti, non dovrebbero aspettare la magistratura per intervenire in delle vicende poco pulite. E dovrebbero intervenire anche laddove non ci siano ipotesi di reato, ma solo ragioni di opportunità politica e morale.

Nella stessa intervista dichiarava: «i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela … hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo, gli enti locali, gli enti di previdenza, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali».

Sembrano parole pronunciate oggi. Forse allora avevano un peso maggiore, facevano scalpore. Ora sono parole al vento, destinate a perdersi.
Ciò che denunciava Berlinguer, ora è diventata normalità. All’epoca i politici coinvolti in uno scandalo tendevano a dimettersi, oggi uno scandalo diventa motivo di candidatura.
Se qualcuno denuncia lo scandalo, è il delatore ad essere allontanato, anziché gli autori del misfatto.

Nel 2005 Arturo Parisi, esponente del centro sinistra, lanciò un allarme sulla pericolosità dei diffusi conflitti di interessi, della vicinanza dei partiti con importanti gruppi imprenditoriali, che avrebbero condizionato la vita delle istituzioni. Ma le dichiarazioni vennero restituite al mittente dalla sua stessa area politica. Ancora non era venuta fuori l’intercettazione in cui Piero Fassino (allora segretario dei DS) esultava dicendo “abbiamo una banca!» (Banca Nazionale del Lavoro, ndr) mentre era al telefono col presidente Unipol Giovanni Consorte. Non era scoppiato lo scandalo Monte dei Paschi di Siena. Non si parlava delle laute elargizioni della famiglia Riva (proprietari dell’Ilva) a favore di partiti e singoli politici, che guarda caso sono stati tutti compatti sulla necessità di salvare l’Ilva e di attaccare la magistratura che aveva disposto il sequestro di quella fabbrica di morte. Senza contare tutte le altre commistioni che regolarmente si registrano tra imprenditori e partiti di diverse aree.
Eppure già prima delle dichiarazioni di Parisi il conflitto di interessi di Berlusconi era all’ordine del giorno, anche se ora è sparito del tutto dall’agenda politica del PD. Era anche emerso qualcosa di poco cristallino tra esponenti DS e cooperative rosse.
Ma Parisi non fu preso in considerazione. Ciò che si percepisce invece è la volontà bipartisan di mantenere lo status quo.

Alla luce di tutto ciò, quale eredità politica ha lasciato Enrico Berlinguer? Qualcuno è stato in grado di raccoglierla? Chi può essere degno di onorare la sua figura di politico integro e desideroso di una politica limpida e avulsa dal potere economico?

Durante un comizio tenuto a Padova il 7 giugno del 1984 lo storico segretario del PCI venne colto da un ictus. Nonostante il grave malore e le visibili difficoltà che aveva nel parlare e nel reggersi in piedi, continuò il discorso fino alla fine. Tornato in albergo entrò in coma, senza più risvegliarsi.
Morì quattro giorni dopo all’ospedale di Giustinianeo di Padova per un’emorragia cerebrale e forse con lui se n’è andata anche la sinistra italiana.

Questa sua ostinazione nel voler continuare il comizio nonostante le sue gravi condizioni, questo suo attaccamento alla politica ha commosso molti italiani, non solo i suoi simpatizzanti. Se avesse accettato di interrompere il discorso e farsi soccorrere tempestivamente forse sarebbe sopravvissuto.
Era un politico molto stimato anche nelle fazioni avverse. Colpì la presenza di Giorgio Almirante, del Movimento Sociale, ai suoi funerali. Anche il leader “missino” aveva stima per quello che era uno dei suoi principali avversari politici: «vado a dare l’ultimo saluto ad un galantuomo» disse alla moglie.

Marcello Greco

 

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