
Con l’incarico affidato a Matteo Renzi, dopo la caduta dell’ultimo Governo Berlusconi l’Italia è al terzo Governo affidato alla guida di un Primo ministro diverso da quello che sarebbe stato designato dagli elettori. Il primo incarico fu affidato a Mario Monti, un traghettatore chiamato a portare l’Italia fuori dal baratro (che poi ci sia riuscito o meno è oggetto di discussioni quotidiane).
Le elezioni dello scorso aprile portarono alla vittoria risicata del PD, che proponeva come premier Pierluigi Bersani. Con quei numeri il PD non avrebbe potuto governare da solo. Occorreva un’alleanza con una delle forze politiche, così, non riuscendovi, Bersani gettò la spugna e rimise l’incarico nelle mani di Giorgio Napolitano.
Dopo aver consultato le varie forze politiche, il Presidente della Repubblica affidò l’incarico ad Enrico Letta, un nome su cui c’era ampia convergenza. Letta è un esponente importante del PD, ma anche nipote del fido segretario di Berlusconi, Gianni Letta, uomo di Fininvest e saggio consigliere del cavaliere.
Il Governo Letta nasce sorretto da una maggioranza composta da PD, PDL e Scelta Civica.
Non passa nemmeno un anno e il Governo Letta, dopo aver superato le minacce di crisi avanzate da una parte del PDL, viene messo in discussione dal nuovo segretario del PD, Matteo Renzi, che dopo aver giurato fedeltà e sostegno, riesce a mettere in difficoltà Letta, che, senza nemmeno chiedere una verifica di maggioranza, dà le dimissioni favorendo una staffetta proprio con Renzi.
Nasce così il terzo Governo “non eletto”.
Ma è legittimo? O, come sostengono in molti, si tratta di una grave violazione della democrazia?
Il nostro sistema non prevede l’elezione del Presidente del Consiglio. L’unico organo elettivo è il Parlamento. L’articolo 92 della nostra Costituzione prevede che il Primo Ministro venga nominato dal Presidente della Repubblica. Per prassi costituzionale, il Capo dello Stato, prima di conferire l’incarico, consulta la maggioranza parlamentare ed eventualmente anche le forze politiche di minoranza, per assicurarsi che il Governo avrà i numeri per governare.
Una volta proclamato il nuovo Governo, la sua vita dipenderà dal Parlamento, organo rappresentativo, che ha il potere di sfiduciare il Governo e di condizionarne l’orientamento politico. Nel caso, molto frequente, in cui il Governo non ha più una maggioranza che lo sostenga oppure venga approvata una mozione di sfiducia, il Presidente del Consiglio è tenuto a dimettersi. Il Presidente della Repubblica prima di sciogliere le camere e indire nuove elezioni ha il dovere di consultare nuovamente le forze politiche per verificare che ci sia la possibilità di formare un nuovo Governo, anche con una maggioranza diversa rispetto a quella precedente.
I componenti del Governo, in ogni caso, non devono essere necessariamente eletti. Quello che conta è che il Governo goda della fiducia di una maggioranza parlamentare.
Dunque sono legittimi i governi Monti, Letta e Renzi? La risposta è sì. Quando i partiti in campagna elettorale “candidano” un proprio esponente alla Presidenza del Consiglio, non è altro che una promessa elettorale, perché non è prevista l’elezione del Capo del Governo, a differenza dei sistemi presidenziali (Stati Uniti) o semi-presidenziali (Francia).
Tuttavia qualcosa di anomalo c’è. Se dal punto di visto formale la disposizione e la prassi sono state rispettate, ci sono dei risvolti critici in tutto ciò e che investono l’intero rapporto tra forze politiche, Parlamento e Governo.
E’ anomalo che un extraparlamentare come Renzi, forte del risultato delle primarie, si senta legittimato a prendere accordi con un altro extraparlamentare (Berlusconi) su legge elettorale e riforme e a sfiduciare il Governo in carica, il tutto senza passare per una mozione di sfiducia proposta dal Parlamento e senza che il Governo stesso chieda una verifica al Parlamento, con il Premier che si dimette senza battere ciglio. E’ un fatto senza precedenti, in cui il Parlamento è stato completamente bypassato.
Quella di ignorare il Parlamento e la dialettica parlamentare è una prassi inaugurata da Berlusconi, caratterizzata da frequenti incontri in sede privata (non istituzionale) con 3-4 persone per definire decisioni importanti. Ricordiamo l’incontro del ’94 tra Berlusconi, Violante, D’Alema e Letta (Gianni), a casa di quest’ultimo, in cui i due pidiessini davano piena fiducia al cavaliere, con la promessa (questa sì, mantenuta) che non avrebbero fatto nulla contro il conflitto di interessi né sulle televisioni.
Il famoso “patto della crostata” fu un accordo del 1997 sulle riforme costituzionali deciso nuovamente a casa di Gianni Letta, alla presenza di D‘Alema, Franco Marini, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. D’Alema avrebbe dato nuovamente rassicurazioni sulle tv mediaset, impedendo l’approvazione di un regolamento che avrebbe costretto il cavaliere a vendere una rete privata e promuovendo la nomina di un presidente in Commissione di vigilanza RAI non ostile (Claudio Petruccioli).
Nel 2003 i “quattro saggi di Lorenzago”, quattro esponenti dell’allora maggioranza di centrodestra, si riunirono in dimora privata per scrivere la riforma di tutta la seconda parte della Costituzione. Erano Andrea Pastore (FI), Francesco D’Onofrio (UDC), Roberto Calderoli (Lega), Domenico Nania (AN). Il lavoro fu poi sottoposto al Parlamento che lo approvò con i soli voti della maggioranza. Il referendum confermativo bocciò poi la riforma.
Non c’è quindi tanto da meravigliarsi se Renzi si incontra in sede privata con Berlusconi per trovare un accordo politico. E’ la continuazione di una vecchia prassi, nata vent’anni fa.
E’ una cattiva abitudine che ha portato all‘indebolimento progressivo del prestigio e del ruolo del Parlamento, che non fa altro che seguire le istanze che provengono dal Governo o addirittura dall’esterno delle istituzioni stesse.
Negli ultimi anni si è assistito ad un ruolo sempre più marginale del Parlamento, anche nella produzione legislativa. Sono andati via via aumentando il numero di decreti legge emanati dal Governo, che per loro natura devono avere il carattere di necessità e urgenza, un requisito raramente soddisfatto. Le Camere sono poi chiamate a convertirli in legge, con tempi contingentati, dove non c’è spazio per la discussione.
E’ sempre più frequente il ricorso alla “questione di fiducia”, cioè ad una sorta di ricatto che il Governo dice alla maggioranza che lo sostiene: “O approvate il disegno di legge così com’è, oppure cade il Governo”.
Insomma, il problema è che l’unico organo rappresentativo, espressione della volontà popolare, già compromesso con una legge elettorale che non permette di scegliere il nome dei propri rappresentati, sta perdendo sempre più importanza e prestigio a favore di volontà politiche esterne, decise dai vertici di partito i quali intrattengono rapporti molto stretti con i vertici del mondo della banche, delle assicurazioni, dell’editoria, dell’edilizia, dell’industria.
Marcello Greco





Renzi, ma quando ti hanno votato? Torna a fare il sindaco a Firenze, che lì sei stato eletto legalmente.