Aldo Moro e Peppino Impastato. Storie diverse, stesso destino.

aldo moro e peppino impastato

Sono passati 35 anni da quel drammatico giorno, in cui trovarono la morte Aldo Moro e Peppino Impastato, il primo ucciso dalle Brigate Rosse, il secondo ad opera della mafia.

Non sono bastate tre decadi e mezzo per avere piena luce su chi abbia voluto la morte dello statista originario di Maglie. Si sa chi ha premuto il grilletto, chi l’ha tenuto in prigionia. Forse si conoscono i nomi di chi ha condotto l’assalto in via Fani, nel quale persero la vita i cinque uomini della scorta. Forse. Ma la ricostruzione ufficiale dei fatti ha fatto nutrire già da subito forti dubbi. Ne ha parlato Leonardo Sciascia in L’affaire Moro, sono stati tratti dei film basati su una ricostruzione diversa dei fatti.

Aleggia l’ombra della P2, sempre presente in tutte le stragi degli anni di piombo, di Gladio, dei servizi segreti deviati, interni e internazionali. Troppe ambiguità, troppe reticenze, troppe falsità. Consapevolmente lasciato al suo destino dal governo allora in carica, pur di non trattare con i terroristi.

Di Moro, rimane la figura di un politico abile e intelligente, capace di mediare tra le posizioni estreme e che probabilmente ha provato a mettere fine alla guerra fredda già nell’anno della sua morte, con la proposta di quel “compromesso storico” in cui tanto credeva, che avrebbe dovuto portare alla formazione di un governo con la partecipazione del Partito Comunista, fino a quel momento emarginato dagli altri partiti. Un compromesso voluto per affrontare la grave crisi sociale di quel periodo. Non fu esaudito. Non sappiamo come sarebbe andata. Di certo sarebbe stato diverso dall’accordo PD-PDL, che assomiglia più ad inciucio e che sembra dettato da esigenze meno nobili.

Diversa è la storia di Peppino, nato nel 1948, cresciuto in una famiglia mafiosa di Cinisi, in Sicilia. Ancora quindicenne, si avvicina ad un militante comunista del paese (Stefano Venuti), uno che non aveva né il pudore né la paura di tenere comizi in piazze quasi vuote, attaccando e denunciando ogni malefatta della mafia. Erano i tempi in cui si preferiva dire “la mafia non esiste”. Divennero amici e compagni di lotte contro la mafia e per i diritti dei contadini e dei lavoratori.

Con gli anni Peppino, grazie al suo carisma, al suo spirito di iniziativa e la sua grinta, riesce a coinvolgere sempre più gente e a far sentire la sua voce. Vengono presi di mira gli affari e i traffici illeciti della mafia, in particolare quelli di Gaetano Badalamenti, uno stretto amico di famiglia che abitava a cento passi dalla casa di Peppino.

Fino a che i comizi si svolgevano nelle piazze vuote, di fronte a pochi militanti comunisti, non c’era alcun problema. Ma Peppino stava guadagnando sempre più consenso, le gente lo ascoltava, sempre più giovani aderivano alle sue iniziative e così la mafia decise di tappargli la bocca, per sempre. Gli uomini di Tano Badalamenti lo uccisero, imbottirono di tritolo il suo corpo, lo adagiarono sulle rotaie della ferrovia e lo fecero saltare in aria. Doveva passare come un attentato suicida, in modo togliergli oltre alla vita anche la sua onorabilità. Aveva solo 30 anni.

Nessuno volle credere a quella messa in scena, se non gli inquirenti, che da subito cercarono di depistare. Dopo diverse lotte per la verità finalmente con due sentenze, nel 2001 e nel 2002, sono stati riconosciuti colpevoli in qualità di mandanti Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo.

Sebbene la storia di Peppino Impastato in tutti questi anni è stata messa in ombra dal maggiore risalto dato al sequestro e alla morte di Aldo Moro, con gli anni la storia di Peppino si è ritagliato uno spazio sempre maggiore, anche grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana.

Ora lui è un simbolo dell’antimafia e per tantissime persone il 9 maggio è ricordato soprattutto come l’anniversario della morte di Peppino Impastato, col rischio quasi di oscurare quella dello statista democristiano.

Peppino è un’icona. Il suo coraggio, la sua energia sono arrivati nel cuore delle giovani generazioni. Peppino era soprattutto uno che senza la violenza, informando, denunciando e creando una coscienza ha messo in difficoltà la mafia, più di quanto avessero fatto quegli uomini armati e in divisa che di fronte alla sua morte hanno preferito aiutare i carnefici anziché rendere giustizia alla sua vittima. E’ stato un soldato caduto nella cruenta guerra contro la mafia. Ma se un giorno la mafia verrà sconfitta è grazie a persone come lui. Se non c’è una coscienza dell’antimafia non c’è arma in grado di annientare la mafia. Se la gente non si ribella, la mafia vince sempre. Un boss della ‘ndrangheta (intercettato) diceva ad un altro “se la gente si ribella noi siamo finiti“.

Marcello Greco

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>