Il racconto di ciò che era la fiera di San Vito più di mezzo secolo fa. Un viaggio nel Salento della metà del ‘900, riscoprendo tradizioni ancora ben salde.

Ogni anno, la quarta domenica di ottobre e i tre giorni precedenti, il borgo di Ortelle ospita una delle fiere gastronomiche e mercatali più antiche del sud Italia, la più antica in Terra d’Otranto. La fiera di San Vito nasce nella notte dei tempi e, con il passare dei secoli, ha saputo rinnovarsi mantenendo ben salde le tradizioni che la contraddistinguono fino ad ottenere, nel 2006, il riconoscimento di Manifestazione Fiera Regionale pugliese.

Il mercato domenicale è accompagnato, a partire dal giovedì precedente, dalla vendita della carne di maiale allevata nel comune. Gli animali sono cresciuti, a Ortelle e nella frazione Vignacastrisi, con antiche tecniche di allevamento. Or.Vi è il marchio che, dal 2004, garantisce la provenienza e la qualità del prodotto, con numerosi e rigorosi controlli sugli animali dalla loro nascita fino al momento della lavorazione e vendita della carne. Al protocollo aderiscono l’Associazione Allevatori di Ortelle e Vignacatrisi, il Comune di Ortelle, la facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo e la ASL di Maglie.

Scoprire le origini della fiera di San Vito è molto difficile. La nostra redazione ha deciso di raccogliere i ricordi d’infanzia di tre abitanti di Ortelle: Ines Picci, Maddalena Casciaro (detta Nena Camilla) e Vittoria De Pierri Rizzello (detta Vitturina). La somma delle loro età ammonta a circa 230 anni! Indescrivibili la precisione e la nitidezza dei loro ricordi e la forte emozione da loro provata nel raccontarceli.

La “fiera dei poveri”, appuntamento fondamentale per l’economia familiare

Il terreno che oggi ospita la fiera, negli anni ’40 circa, era roccioso e scosceso in più punti. Era una piccola cava utilizzata per ottenere il materiale edilizio per la costruzione degli edifici del paesino. Nena ricorda che la zona era circondata da numerosi campi e pullulava di bambini e ragazzi che, nelle insenature della cava, giocavano a nascondino. “Allora si pensava solo a divertirsi e a stare insieme. Sporcarsi con la terra non era un problema, ma un’ottima strategia per nascondersi meglio!”.

Cottura della carne di maiale nei “quateròtti”

Nei primi giorni di ottobre i piccoli commercianti raggiungevano Ortelle trovando rifugio, nei giorni di attesa, nelle arcate laterali esterne della cappella di San Vito e Santa Marina, edificata nel 1776. Non erano grandi commercianti, ma delle famiglie piuttosto povere che si spostavano per tutto l’anno nei paesini che ospitavano fiere e piccoli mercati. Si muovevano con dei traìni (piccoli carri in legno) spinti da animali.

I commercianti più importanti venivano dal nord del Salento. Vendevano utensili e mezzi a trazione animale da utilizzare nell’agricoltura e nell’allevamento. Alcuni di loro erano “maestri del ferro”, e riparavano gli utensili utilizzati nei campi e nelle abitazioni. I piccoli commercianti nomadi vendevano utensili “meno pregiati”: Sciuscìtte (strumenti utilizzati per la lavorazione della lana al telaio), cavatùri (strumenti utilizzati per la lavorazione della pasta fatta in casa), panàri e cìste (ceste in vimini). Il pagamento, a volte, non era monetario, ma molto diffuso era il baratto. I compratori offrivano i prodotti dei loro orti o degli animali da traino ormai vecchi in cambio della merce. La fiera era anche il luogo in cui si cercava e si offriva lavoro. I latifondisti del brindisino stingrevano accordi con i lavoratori locali che, nel periodo della vendemmia, si trasfrivano nel nord del Salento.

La Fiera del maiale

La carne di maiale era servita soltanto lessa, cucinata in alcuni pentoloni (quateròtti) alimentati a legna. Poche erano le famiglie che potevano permettersi di allevare un maiale, ma forte era la collaborazione tra gli ortellesi. Alcune famiglie allevavano gli animali in società. Il guadagno ottenuto dalla vendita della carne di un maiale permetteva ad una famiglia di non avere problemi economici nei mesi successivi. Gli abitanti del paese e delle cittadine vicine vendevano anche ortaggi (numerosi erano i fruttivendoli provenienti da Sanarica) e altri animali.

In caso di maltempo e di scarsa affluenza, i cittadini di Ortelle erano costretti a guadagnare in altro modo. Alcuni lavoravano presso le terme della vicina Santa Cesarea, altri vendevano i propri animali nei paesi vicini. Durante la festa di Sant’Oronzo, per esempio, era tradizione servire a pranzo parmigiana e carne di gallo. Così gli ortellesi raggiungevano, con mezzi di fortuna, Lecce per vendere animali e ortaggi.

La povertà era talmente tanto diffusa che in pochi potevano permettersi di gustare, durante la fiera, la carne di maiale e un bicchiere di vino. Gli scarti buttati a terra dai piatti venivano raccolti dai bambini provenienti da famiglie più disagiate economicamente, che non avevano il “lusso” di mangiare la carne. La fiera era importante soprattutto per la compravendita di animali: sia d’allevamento, sia asini e cavalli utilizzati per il trasporto. Gli animali erano esposti per tutta la durata della fiera di San Vito. Il letame che si accumulava a causa della loro presenza veniva raccolto dagli abitanti di Ortelle e utilizzato per concimare i campi.

La tradizione e la festa continuano!

In paese si respirava aria di festa. La maggior parte degli ortellesi pranzava a casa con i partenti provenienti dai paesi vicini. “La gioia più grande – racconta Vittoria – era poter mangiare un pezzettino di carne e un paio di fiche seccate al sole. Ortelle raccoglieva i frutti del lavoro di un anno intero. Un lavoro fatto con passione, sacrificio e con spirito di cooperazione“.

L’edizione 2017 della Fiera di San Vito sarà dal 19 al 22 ottobre, tra buona carne, esposizioni, spettacoli musicali e tanto altro!

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Chi è l'Autore

Alberto Pizzolante

Ho 20 anni, sono un appassionato di politica, musica e arte in genere. Studio filosofia presso l'università "Vita-Salute" San Raffaele di Milano.

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