Il 16 marzo 2002 lasciava questo mondo Carmelo Bene, filosofo, regista, attore, drammaturgo e poeta salentino.

Del genio aveva la mancanza di talento. Uno dei maggiori intellettuali del ‘900 europeo, di origini salentine. Nato a Campi Salentina nel settembre del 1937 da genitori originari di Vitigliano di Santa Cesarea Terme, Carmelo Bene rimase sempre legato al “sud del sud dei santi” e, a Santa Cesarea Terme e ad Otranto, paesi nei quali trascorreva i periodi di riposo, girò uno dei suoi più importanti capolavori, “Nostra Signora dei Turchi“, lungometraggio vincitore del leone d’argento al Festival Internazionale del Cinema di Venezia.

Una biografia, quella di C. B. (come lo appuntava Gilles Deleuze, filosofo francese con cui Bene scrisse “Sovrapposizioni”), che si fonda sul proprio non-esserci, sulla mancanza, sull’abbandono, sulla volontà di potenza, “intesa non come volontà di assatanamento di potere, ma come il disfacimento del concetto di soggetto”. Al Salento C. B. è stato legato per un’altra figura per lui fondamentale. Giuseppe Desa da Copertino, “il più grande santo dei santi. […] Al sud azzoppato non resta che volare. Ecco il santo dei voli, ecco frate asino, illitterato et idiota, l’apoteosi del depensamento”.

L’arte di Bene verte sul rappresentare l’irrappresentabile, irrappresentandosi. Stravolgere l’arte (“puttanesca, borghese, mediocre”) tramite l’utilizzo della strumentazione fonica, considerata dal teatro canonico un oltraggio, autoerotismo, masturbazione, senza però comprendere che “la copula è surrogato della masturbazione, e non viceversa. Il discorso che ci parla, vien meno.”

il Grande Teatro è composto da significanti e non da significati. È comprensibile anche da persone che parlano lingue diverse, poiché la babele linguistica viene risolta tutta nella phoné, e non nel senso. La phoné è rumore, che comprende anche la musica e il dire. È sempre un mezzo e non un fine. C. B. attacca il teatro del “moto a luogo”, che viene a svolgersi nel tempo Kronos, condotto dagli “spazzini del proscenio” (così definisce gli attori). A questo tipo di teatro egli contrappone la scrittura di scena nel tempo Aion. La dicotomia Kronos/Aion è altro punto in comune tra Bene e l’amico Deleuze.

C. B. non è mai nato. Non è un “io”. “A quale doppio le si riferisce, quando parla di me?”. L’arte borghese, l’accademia, essendo composte, come la maggior parte delle società, da zombi morti, non potrebbero parlare con Bene, non possono averne memoria.  “Io non parlo con i morti. È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”. “L’ontologia vien meno, me ne strafotto dell’ontologia”.

“Il linguaggio vi trapassa, vi fotte e voi non ve ne accorgete”. C. B. è la phoné. “Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi tutto quanto non può essere scritto.”

Carmelo Bene è l’eccesso per eccellenza, è colui che è apparso alla Madonna. L’eccesso dello Spettacolo-concerto Majakovskij, di Salomè, di Pinocchio, di Amleto, di S. A. D. E., delle collaborazioni con Montale e Pasolini, della Lectura Dantis di Bologna, di Quattro Momenti su tutto il Nulla, per citare alcuni dei suoi capolavori.

15 anni senza Bene. “Io sono inconsolabile. Me lo sono guadagnato. Ho meritato quest’uscita dalla felicità infelice. Sono fuori. Me ne fotto di quel che mi riguarda. Malati gravi si è per definizione. Questo muovere incontro alla morte. Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché «Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi». Forse per vivere non ci vuole una dignità, ma per morire sì. Bisogna essere degni. Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia. Non si può produrre un capolavoro: si è capolavoro.”

Siate dei capolavori, oltrepassati dall’eterno Bene, dal suo immemoriale.

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Chi è l'Autore

Alberto Pizzolante

Ho 20 anni, sono un appassionato di politica, musica e arte in genere. Studio filosofia presso l'università "Vita-Salute" San Raffaele di Milano.

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