Un racconto emozionante di una nostra amica e lettrice che esprime al meglio quanto i nostri ulivi facciano parte delle vite di noi salentini.

QUANDO ERO PICCOLA M’INNAMORAVO DI TUTTO.

Quando ero piccola e arrivava il mese di ottobre il mio papà si alzava un bel mattino e diceva: “tocca sciamu cu scupamu l’alberi de ulia”.. e quella sapevo che era solo la prima di tante altre fasi che richiedevano tanta fatica e anche una bella dose di sacrificio. Così io – allora ero bambina – dopo aver scambiato un piccolo ed ingenuo sguardo di “preoccupazione” con mia sorella chiedevo al mio papà: “ma dobbiamo venire anche noi???”
Quanto mi pesava il fatto di svegliarmi presto la mattina nei giorni in cui ero libera da scuola.

Così dopo qualche mia scaramuccia ci alzavamo ci “armavamo” di scarponi, maglioni caldi, panini, acqua e vino e partivamo per i “paduli”.
Nei paduli la maggior parte dei miei paesani, e non solo, ha la propria zona agricola denominata e con un tot di alberi, delimitata da confini. La mia, appartenente in origine ai miei nonni è chiamata “masseria cranne”.

Una volta arrivati, insieme ai miei zii e cugini si organizzava il lavoro, ognuno aveva una mansione da portare a termine, e col passare del tempo si dava vita ad una piccola e naturale “catena di montaggio” senza però, sentirsene psicologicamente alienati, e anche io, piccola e ancora mezza addormentata davo il mio piccolo contributo. Di solito si continuava (con annessa pausa pranzo) fino all’imbrunire. A questo punto, il mio papà doveva affrontare un’altra piccola lotta con me (bambina impertinente): convincermi che dovevamo tornare a casa. Sì, perché col passare delle ore ci prendevo gusto! Saltavo, giocavo, mi divertivo a dar “fastidio” ai miei parenti, e inventavo storie animando gli alberi, innamorandomene. Ad opera di convincimento finita, si andava al frantoio a lasciare il raccolto.

Passano gli anni, i raccolti, e arriva la fase adolescenziale che mi travolge con tutti gli annessi e connessi. Ora comincio ad emanciparmi alle richieste genitoriali, ora nei paduli ci vado con i miei amici e da sola in bicicletta e non solo nel mese di ottobre, ma anche ad aprile, a festeggiare pasquetta, il 1 maggio, d’estate, in autunno, a fare jogging, a fare improvvisati pic-nic con gli amici, o semplicemente per immergermi nei suoni e nei colori che solo la natura sa regalare in qualsiasi stagione dell’anno.
Ah… potessero parlare quegli ulivi! Han visto più cose loro della mia vita che i miei genitori!

Passano gli anni, si vivono nel frattempo i primi amori, le prime delusioni, si commettono i primi grandi errori, si raggiungono i primi traguardi, ma sullo sfondo sempre i “fori delle ulie”.
Sono così una donna adulta, con tutto ciò che l’essere, ma non per forza il sentirsi, adulti comporta, e intanto i paduli e il Salento cominciano a starmi stretti, ho bisogno di vedere “altro”, altre meravigliose verdi distese, e di inventare altre storie.
Parto, riparto, torno, ritorno e riparto ancora, insomma come si dice nel gergo salentino “no pigghiu mai posu”.

Ma non c’è stata mai una sola volta in cui, durante le mie vacanze nel Salento, non sia andata a fare una lunga passeggiata tra gli ulivi. Essi sono come il mare: se non gli fai visita almeno una volta, è come se la vacanza non avesse il senso che merita, è un sentimento viscerale al quale bisogna dare sfogo.
L’ulivo è colore, profumo e sapore di casa, infatti, in qualsiasi posto d’Italia io sia per mia scelta personale, sulla mia tavola, c’è sempre e solo l’olio della “mia masseria cranne ” che, se associato con pomodori, origano e puccia salentina…: la morte sua!

Solo chi è lontano da casa come me, può capire la piccola ma immensa gioia che si prova a sentirsi a casa a 1200 km di distanza semplicemente con un goccio d’olio di oliva!
Ogni volta che torno nel Salento con il treno Intercity notte, già alle prime ore dell’alba spalanco gli occhi al finestrino e aspetto, con l’ansia e l’agitazione di una bambina, di vedere apparire la Puglia con i suoi colori selvaggi, è come se dentro di me avessi una sorta di “sveglia biologica”. Certo il percorso in treno è lungo e faticoso, ma ti dà la possibilità di notare le differenze delle diverse bellezze che contraddistinguono ogni regione d’Italia.

Ma dopo questo breve excursus autobiografico e alla luce dei fatti attuali mi chiedo: ma davvero esiste la macabra possibilità che un giorno queste differenze non le possa più vedere?
Può un piccolissimo batterio mettere fine a questa dirompente ed immensa bellezza?

Mente scrivo queste parole altri alberi stanno per essere abbattuti, forse per scelte affrettate e non curanti di politici e politicizzanti che non hanno a cuore la bellezza o che non hanno preso in considerazione altre soluzioni “meno finali” o che peggio ancora da questa grave vicenda vogliono ottenere nuovi profitti. E per un altro albero abbattuto, verrà abbattuto un momento della mia infanzia, un ricordo della mia giovinezza, una speranza del mio essere adulta.

Bauman nella sua “Vita liquida” afferma che bisogna attaccarsi con leggerezza a ciò che si presenta per poi lasciarlo andare.
Ma questo vale anche per le “Radici” e cioè per quello che siamo?
La radice è dove ogni cosa nasce.. e se spezzi le radici quella cosa muore.
Muore un popolo.
Muore una cultura e la coltura.
Muore la bellezza. Muore la Vita.
E IEU ULIA CU ME INNAMORU ANCORA!

Valentina Stefanelli

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1 commento

  1. Bellissima lettera mi hai commosso… mi hai riportato indietro nel tempo quando anch’io andavo a “scupare e ulie ” ed anch’io sono lontano da casa a oltre 1200 km di distanza.

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